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Il progetto “Welfare a km zero” è un percorso volto a sostenere e rafforzare la cultura e la pratica del welfare comunitario e generativo nella società trentina.
Il nostro sistema di welfare, pur essendo tra i migliori d’Italia, deve fare i conti da un lato con l'aumento di famiglie vulnerabili e l’indebolimento dei legami sociali, dall'altro con la diminuzione delle risorse a disposizione delle istituzioni.
Come il resto dell’Italia, anche il Trentino è chiamato perciò a individuare nuove modalità di risposta a problemi che aumentano a fronte di risorse decrescenti.
Dobbiamo scoprire nuove risorse generandole dalla comunità nel suo insieme, ma questo chiede a tutti di modificare il modo con cui ci si mette in gioco. Se i fondi calano, le fondazioni di origine bancaria non possono più fungere da bancomat a cui attingere, ma devono diventare strumento per generare nuove risorse, aiutando i diversi attori a convergere su progetti, più che a competere su bandi.
Welfare generativo significa, pertanto, investire in iniziative volte non solo alla soluzione dei problemi, ma anche a produrre le risorse relazionali e finanziarie affinché quegli stessi problemi possano essere affrontati in futuro con minori contributi finanziari.
Da qui l’impegno di allestire un progetto per far crescere una nuova cultura nella nostra comunità, volta a sostenere la collaborazione tra soggetti diversi (non solo afferenti l’area del welfare) e valorizzare l’apporto della gente comune.
La sfida del nuovo welfare generativo e comunitario è complessa e richiede un approccio graduale, nel rispetto di tutto ciò che la comunità trentina ha costruito nel tempo.
Modificare il modo in cui i diversi attori intervengono nel territorio non è cosa che può avvenire d'improvviso, né può essere imposta. Serve un itinerario di persuasione reciproca, individuando insieme le forme con cui si possono valorizzare le sperimentazioni già in atto, avviare nuove iniziative, metterle in rete perché si rinforzino a vicenda, in un generale clima di fiducia verso questa nuova scommessa.
Il progetto prevede un percorso di ascolto del territorio attraverso un confronto coi principali attori sociali, economici e istituzionali per costruire un’analisi condivisa dei problemi di contesto in modo da poter poi allestire laboratori progettuali e stimolare la nascita di progetti concreti.
Il mutamento culturale può essere aiutato da fatti concreti. Ci proponiamo dunque di far crescere una quantità consistente di progetti che si muovano nell’ottica del welfare generativo, perché possa gradualmente indursi una modificazione dell’approccio ai problemi perché le modificazioni della società impongono un mutamento del nostro modo di agire.

Perché questo progetto

Il progetto Welfare a KM Zero parte da alcune constatazioni di ordine pratico che hanno investito la nostra società nel corso degli ultimi vent’anni.
Innanzitutto le istituzioni hanno MENO SOLDI in generale e, nello specifico, ancora meno soldi da destinare a progetti di welfare.
A questa minore disponibilità non corrisponde una diminuzione dei problemi, bensì abbiamo PIÙ PROBLEMI e spesso non riconosciuti, invisibili, con un 30% di nuovi poveri che coincidono con quello che una volta era individuato come ceto medio, ora impoverito.
A questa situazione già di per sé esplosiva, si aggiunge la constatazione che spesso questi nuovi poveri non sono deprivati soltanto di denaro, bensì sono venute meno molte delle reti sociali che in passato sostenevano le famiglie nel momento del bisogno. Vi sono dunque in generale MENO RETI di sostegno, un segnale che ci indica l’evaporazione dei legami familiari e sociali.

Oltre a questi problemi di carattere strutturale, la risposta delle istituzioni, pubbliche come private, appare particolarmente frammentata, con interventi che in parte si sovrappongono, non collegati tra di loro e che spesso duplicano servizi già esistenti, laddove servirebbe invece una maggiore capillarità ed estensione. Se questo tasso elevato di frammentazione era parzialmente sostenibile nei periodi di “vacche grasse”, ad oggi è un lusso che la società non può più permettersi.

Implicazioni per le Fondazioni di origine bancaria

I patti di stabilità producono già da ora e aumenteranno in futuro la tendenza degli attori locali (segnatamente le istituzioni) a vedere le fondazioni bancarie come una sorta di bancomat.
Su questa strada i patrimoni delle fondazioni, frutto dei risparmi di secoli da parte delle comunità locali, rischiano di evaporare nel giro di pochi anni.

Per questo le Fondazioni bancarie più lungimiranti stanno attrezzandosi per assumere una funzione essenziale di facilitazione della convergenza dei diversi attori al fine di generare valore per gestire i nuovi problemi che attraversano le comunità locali. Infatti, nel welfare più che in ogni altro settore bisogna comporre l’offerta di servizi, mentre la competizione crea frammentazione.

Obiettivi del progetto (e criteri di valutazione dei suoi esiti)

Gli obiettivi di Welfare a KM Zero si collocano su tre livelli:

  1. SPERIMENTARE UN BANDO DI CONVERGENZA che veda la Fondazione CARITRO come un broker di territorio in grado di ascoltare, selezionare e incentivare il territorio a dare risposte ai propri problemi.

  2. MOBILITARE L’INTERA COMUNITÀ per generare welfare, mixando gli attori più tradizionali nella fornitura di servizi di welfare con soggetti che vanno oltre i perimetri del welfare, quali artigiani, commercianti, vigili urbani, bancari...

  3. ACCOMPAGNARE E INCENTIVARE INNOVAZIONI in grado di arricchire e migliorare l’offerta di welfare per la popolazione trentina in una triplice direzione:

arricchire lo spettro degli attori che si occupano del welfare

intercettare nuovi destinatari affrontando problemi inediti (tendenzialmente poco visibili): ci si riferisce al ceto medio impoverito – il 30% dei quasi ultimi – i nuovi vulnerabili (caratterizzati da scarsa dotazione di reti, tendenza a vivere al di sopra delle proprie possibilità, calo delle entrate) da intercettare prima che sprofondino nel disagio conclamato, che per i nuovi numeri, esorbitanti rispetto agli anni ’90, sarebbe ingestibile da servizi che sono calibrati su un massimo di 3-5% di poveri. Si tratta qui di un doppio passaggio, e cioè di un rinnovamento sia degli strumenti che del target di riferimento dei propri interventi.

generare risorse e valore

o utilizzando tempo volontario dei cittadini (meglio se non già impegnati nel terzo settore perché recuperati alla cittadinanza attiva) e facendo fundraising.
o risparmiando sui servizi già erogati utilizzando energie della comunità: ad esempio assistendo al domicilio tramite risorse volontarie gli anziani ancora lucidi mentalmente, ma privi di reti e con alcune prime difficoltà di movimento, rispetto a ricoveri in reparti ospedalieri che durano mesi perché al domicilio nessuno li può seguire, o rispetto ai codici bianchi al pronto soccorso che proliferano in assenza di luoghi di dialogo e rassicurazione psicologica
o aggregando e ricomponendo l’offerta di servizi alla persona (ad esempio: badante integrata con l’assistenza domiciliare)

Gli obiettivi qui descritti diventeranno anche i criteri per valutarne gli esiti.

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